15 Novembre, ULURU (Northern Territory)

Qualcuno potrebbe pensare che esistono posti migliori dove trovarsi alle 6.30 del mattino piuttosto che in mezzo al deserto australiano a rabbrividire sul ciglio della strada insieme ad un paio di centinaia di altri turisti con relative macchine fotografiche. Ma eccoci qui prima ancora dell'alba ,ad aspettare i raggi del sole nascente che gradualmente riscaldano e incendiano un monolite di arenaria alto 348 metri. L'antichissimo e sacro totem battezzato Uluru dagli aborigeni millenni fa è noto oggi come Ayers Rock.
Siamo arrivati nel Red Centre, come viene soprannominato il cuore dell'Australia dal caratteristico color ruggine. Ma malgrado la piccola folla che si raduna a Uluru per fotografare albe e tramonti sarebbe un sacrilegio visitare il Red Centre senza fermarsi alla roccia: si capisce bene di fronte alla sua magnifica suggestione perché sia cosi importante per le comunità aborigene locali di Anangu. Uluru significa "luogo d'incontro" e la roccia è sacra per il popolo aborigeno locale. La scalata della roccia è la principale attrattiva per i turisti mentre le guide del parco e le squadre di salvataggio la considerano un'attività pericolosa e di cattivo gusto. Più di dieci arrampicatori sono morti e molto spesso qualcuno deve essere soccorso, con una spesa considerevole. Questi incidenti preoccupano molto gli aborigeni che preferirebbero che nessuno scalasse la roccia, ma al tempo stesso rispettano il desiderio dei turisti. In ogni caso sarebbe meglio non farlo. Noi dopo parecchi momenti di perplessità decidiamo di farlo. Con noi vengono soltanto Monica (una ragazza di Brunico) e 5 graziosissime giapponesi che non fanno altro che ridere, il resto del gruppo sceglie il percorso di terra sicuramente più semplice e tranquillo ma meno suggestivo. Per chi volesse ci sono anche delle escursioni con guide aborigene in grado di spiegare il significato religioso e mitologico del luogo. La salita comunque è faticosa e monotona (specialmente la prima parte con catene). Se non si è in perfetta forma o si soffre di vertigini meglio evitare. La camminata di oltre tre chilometri dura circa un'ora e mezza ed è meglio iniziarla nel fresco del primo mattino (non si può salire fra le 10 e le 16 quando la temperatura arriva fino a 38 gradi). Da vicino si vedono delle strisce verticali che corrono lungo la roccia, segno di cascatelle che si formano dopo i rari temporali. Sorprende anche il mosaico di incrostazioni calcaree del monolite grigio sotto la superficie ossidata, così come le scanalature simili disseminate intorno alla sua base. Le stanchissime ma allegrissime giapponesi si fermano ogni 100 metri a scattare fotografie e ad ogni scatto ridono e battono le mani: naturalmente io e Mauro reggiamo il gioco e le andiamo dietro. La vista è impressionante, sembra di avere il mondo ai propri piedi, sulla vetta non si arriva mai: la gente che scende ci dice sempre che mancano 20 minuti. Le gambe tremano e il caldo e la fatica cominciano a farsi sentire ma finalmente dopo poco più di un'ora siamo in cima. Insieme alle ragazze ci scoliamo le ultime scorte di acqua rimasta. Mentre ci godiamo il panorama diamo un'occhiata alla grande bussola che indica tutti i posti circostanti. Da qui si può addirittura ammirare Kata Tjuta, altro bellissimo sito dove andremo domani. Le giapponesi naturalmente ridono e battono le mani e quando all'improvviso Mauro prende da sotto le gambe una di loro e se la tiene sulle spalle davanti alla grande bussola è un putiferio di scatti a seguire. La pausa è finita e ci aiutiamo a scendere con le corda centrale. Appena giù ci togliamo le scarpe per una sciacquata purificatrice ai nostri piedi cotti e stracotti. La sera siamo in un'altro campo, bello ma non come il primo: il barbecue serale chiude la snervante ma splendida giornata.